Rastafarianesimo e cannabis: cos'è, origini e perché la 'ganja' è sacra

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Il Mago quella parola l’aveva sentita mille volte...Rasta. E' l'abbreviativo di Rastafarian, persona seguace del Rastafarianesimo, un approccio misto tra religione, spiritualità, libertà....e cannabis.  

Dietro quei colori, i dreadlock - e soprattutto dietro la parola ganja, non c'è semplice estetica....c’e' una storia ricca di valore e significato. E' una storia nata lontano dai palchi, prima che il reggae conquistasse il mondo e prima che il volto di Bob Marley diventasse l’icona rasta riconoscibile in ogni continente.

Per trovarne l’inizio bisogna tornare nella Giamaica degli anni Trenta.

Infografica psichedelica sul rastafarianesimo con il Mago Weezard, simboli rasta, ganja sacra, Jah, Africa, reggae e colori rosso, giallo e verde

Immagine: il Mago di spalle valuta se convertirsi al Rastafarianesimo


Cos’è il rastafarianesimo e dove nasce

All’epoca, la Giamaica era ancora una colonia britannica. La schiavitù era stata abolita da tempo, ma le sue ombre continuavano a camminare tra le strade dell’isola.

La maggioranza nera della popolazione viveva ancora ai margini, schiacciata dalla povertà, dalle disuguaglianze e da una cultura coloniale che per secoli aveva insegnato agli africani e ai loro discendenti a guardare altrove per trovare modelli, dèi e identità.

È proprio in questo terreno che cominciò a germogliare il Rastafari.

Non nacque come una religione ordinata, con un unico fondatore e un libro di regole. Nacque piuttosto come una voce collettiva. Un richiamo alle radici africane.

Un modo per dire: non siamo ciò che il potere coloniale vuole farci credere.

Prima ancora della nascita del movimento, fu Marcus Garvey, giornalista e attivista politico giamaicano, ad accendere la prima scintilla. Fu una delle figure più importanti del panafricanismo: sosteneva il black pride, l’autonomia dei popoli africani e il recupero di un legame culturale e spirituale con l’Africa.

Invitava le persone della diaspora a smettere di cercare la propria dignità negli occhi dei colonizzatori.

Garvey non era rastafariano, ma le sue parole prepararono il terreno.

Poi, nel 1930, accadde qualcosa che per molti giamaicani assunse un significato enorme: in Etiopia, Ras Tafari Makonnen venne incoronato imperatore con il nome di Haile Selassie I.

Per i primi fedeli, l’incoronazione di un sovrano africano non fu soltanto un fatto politico, ma fu letta come un segno. L’Etiopia rappresentava una terra antica, libera e fiera, mentre Haile Selassie divenne per molti una figura messianica, la prova vivente che il popolo africano poteva rialzare la testa.

Da una parte c’era l’Etiopia, simbolo di casa, origine e liberazione, dall’altra c’era "Babylon", il nome con cui i rastafariani indicano il sistema di potere coloniale, materialista e oppressivo: tutto ciò che crea disuguaglianza e allontana l’essere umano dalle proprie radici e dalla propria libertà spirituale.

Fu così che Rastafari iniziò a prendere forma.

Non come una moda e neppure come un semplice stile di vita, ma come un cammino spirituale, politico e culturale. Un modo per ricostruire ciò che il colonialismo aveva cercato di spezzare.

Principi, simboli e stile di vita rasta

Essere rastafari non è questione di abiti, musica, bandiera - non bastano i dreadlocks, nè una canzone di Bob Marley in sottofondo. Tutto questo può raccontarne un frammento, ma il cuore del movimento si trova altrove.

Si trova nella livity, un modo di vivere in armonia con Jah (Jahvè, Dio, non poteva che essere amichevolmente abbreviato in "Jah" dal popolo rasta), con la natura e con la comunità. È una ricerca di equilibrio, autenticità e libertà interiore. Per i rastafariani, infatti, la vera liberazione non riguarda soltanto il corpo o la politica: riguarda anche la mente, il linguaggio, il cibo e il rapporto con gli altri.

Jah è il nome con cui viene indicato Dio. Non un Dio lontano, chiuso in un cielo irraggiungibile, ma una presenza viva, capace di manifestarsi dentro ogni essere umano.

Da qui nasce anche l’espressione “I and I”. Letteralmente significa “io e io”, ma il suo senso va molto più in profondità. Nel pensiero rasta non esiste una separazione netta tra me e te, tra l’individuo e il divino. Jah vive in ogni persona, e ogni persona condivide la stessa origine; è un modo per ricordare che nessuno è davvero isolato.

Anche i simboli più famosi acquistano un significato diverso quando vengono osservati da vicino.

I dreadlock non sono semplicemente un taglio di capelli. Possono rappresentare il rifiuto delle convenzioni imposte, il ritorno alla naturalezza e la forza spirituale. Richiamano anche immagini bibliche come quella di Sansone, la cui forza era legata ai capelli mai tagliati.

Eppure, così come non tutti quelli che portano dreadlock sono rastafariani, allo stesso modo non tutti i rastafariani portano i dreadlock. Il Rastafari non ha una divisa obbligatoria, e ridurlo a un aspetto esteriore significa confondere il simbolo con ciò che il simbolo vuole raccontare.

Lo stesso vale per i colori: il rosso ricorda il sangue versato nella lotta contro l’oppressione. Il giallo, o oro, richiama la luce, la ricchezza spirituale e la regalità. Il verde rappresenta la terra africana, la natura e la speranza. Talvolta compare anche il nero, legato al popolo africano e alla sua identità.

Sono colori che oggi si vedono ovunque, ma prima di diventare una moda erano una memoria.

Anche il cibo rientra in questa ricerca di purezza..!

La dieta Ital, il cui nome deriva dalla parola inglese vital, privilegia alimenti naturali, semplici e poco trasformati. Molti rasta scelgono un’alimentazione vegetariana o vegana; altri evitano alcol, carne di maiale e prodotti industriali.

Il principio è semplice: il corpo è parte della vita spirituale, e ciò che entra nel corpo non può essere considerato senza importanza.

Perché la ganja è considerata una pianta sacra

Ed è qui che compare la ganja.

Non come simbolo da stampare su una maglietta. Non come gesto di ribellione da mostrare agli altri. E nemmeno, almeno nella sua dimensione religiosa, come semplice sostanza ricreativa.

Per molti rastafariani, la ganja è una pianta sacra.

Viene chiamata anche holy herb, erba santa, e può essere utilizzata durante momenti di preghiera, meditazione e confronto comunitario. In questi incontri, conosciuti come reasoning o groundation, si parla, si canta, si leggono passi della Bibbia e si riflette insieme.

La ganja entra in questo spazio come strumento rituale.

Secondo la visione rasta, può favorire la calma, l’introspezione e il dialogo spirituale. Il suo valore non risiede quindi soltanto nella pianta, ma nell’intenzione con cui viene usata e nel contesto che la circonda.

La storia di questa parola, però, comincia molto prima della Giamaica. Come abbiamo raccontato nel nostro approfondimento su che cosa significa ganja, il termine ha attraversato lingue, popoli e continenti prima di entrare nella cultura Rastafari e assumere il valore spirituale che conosciamo oggi.

Non tutti i rastafariani consumano cannabis.

E non è il suo uso a rendere una persona rasta.

L’immagine del rasta eternamente avvolto dal fumo è uno degli stereotipi più resistenti costruiti dalla cultura popolare. Una semplificazione che trasforma un sacramento in una caricatura e una tradizione spirituale in folklore.

La ganja, nel rastafarianesimo, non rappresenta una fuga, rappresenta una ricerca di chiarezza, comunione e contatto con Jah.

Dice Il Mago, mentre valuta la conversione al Rastafarianesimo: «Non guardare il fumo. Guarda attraverso, e vedrai la persona.»

Rasta, reggae e Bob Marley: quando un’isola parlò al mondo

Per molto tempo il Rastafari rimase una voce nata e cresciuta soprattutto in Giamaica.

Poi arrivò il reggae.

La musica fece ciò che spesso riesce a fare meglio dei discorsi: attraversò confini, superò differenze linguistiche e portò con sé parole che il resto del mondo non aveva ancora imparato ad ascoltare: Libertà. Resistenza. Africa. Babylon. Jah.

Il reggae non nacque soltanto dal rastafarianesimo e non tutti i musicisti reggae erano rasta. Ma tra i due mondi si creò un legame così profondo che, agli occhi del pubblico internazionale, finirono spesso per diventare inseparabili.

Le sue linee di basso lente e potenti, il ritmo in levare e i testi carichi di denuncia diedero una voce nuova alle periferie della Giamaica. Era musica da ballare, certamente, ma anche musica capace di raccontare povertà, ingiustizia, spiritualità e desiderio di emancipazione.

E poi venne Bob Marley che divenne il volto attraverso il quale milioni di persone incontrarono entrambi.

Nelle sue canzoni, il messaggio rasta uscì dai confini dell’isola senza perdere completamente le proprie radici. L’amore non era soltanto sentimento, ma unità. La libertà non era uno slogan, ma liberazione mentale. L’Africa non era semplicemente un continente lontano, ma memoria, origine e promessa.

La sua musica parlava a chi conosceva la storia della Giamaica, ma anche a chi viveva dall’altra parte del mondo e sentiva di essere schiacciato da un potere più grande di lui.

Fu così che Rastafari entrò nell’immaginario occidentale...e proprio allora cominciò anche l’equivoco.

Il rastafarianesimo oggi e gli stereotipi da sfatare

Quando una cultura viaggia, non tutto arriva a destinazione.

A volte rimangono le parole e si perde il significato. Restano i colori, ma scompare la storia. Rimane una foglia stampata su una maglietta, mentre tutto ciò che quella foglia rappresentava viene dimenticato.

Il rasta finì così per diventare, nell’immaginario popolare, un personaggio sempre sorridente, con i dreadlock, il reggae tirato e una nuvola di fumo bianco intorno. Tuttavia il Rastafari, di nuovo, non è sinonimo di cannabis. Non è un’acconciatura, non è un genere musicale e non è un’identità che possa essere ridotta a tre colori.

Oggi il movimento è presente ben oltre la Giamaica e viene vissuto in modi differenti. Non esiste un’unica autorità incaricata di stabilire chi possa definirsi rasta o quale sia la sola interpretazione corretta del suo messaggio.

Per alcuni è soprattutto una fede religiosa. Per altri è un cammino spirituale, un’identità culturale o una visione politica. Diverse comunità seguono tradizioni proprie, pur condividendo elementi come il rapporto con Jah, il legame con l’Africa e il rifiuto delle ingiustizie di Babylon.

Questa varietà rende difficile chiudere Rastafari dentro una definizione rigida. È una religione? Per molti sì. È uno stile di vita? Anche. È un movimento culturale e politico? Senza dubbio.

Forse il modo più onesto per comprenderlo è accettare che possa essere tutte queste cose insieme: una tradizione nata dall’oppressione coloniale, diventata ricerca di identità e trasformata dalla musica in un linguaggio globale.

Ma la popolarità ha avuto un prezzo. Ha reso Rastafari visibile e, nello stesso tempo, lo ha ricoperto di immagini che rischiano di nasconderne il volto autentico.

Per questo, quando si parla di rasta e cannabis, la domanda giusta non è soltanto: “Perché fumano ganja?”.

Bisogna chiedersi anche cosa stanno cercando, quale storia portano con sé e perché una pianta sia diventata, per alcuni, parte di un rapporto con il sacro.

 

Riassumendo: guarda oltre i colori e il fumo

Rastafari è arrivato fino a noi viaggiando dentro la musica, i colori e l’immagine di una foglia. Ma il suo viaggio era cominciato molto prima, tra le ferite della Giamaica coloniale e il desiderio di un popolo di ritrovare la propria voce.

Dietro i dreadlocks c’è il rifiuto di modelli imposti. Dietro il rosso, il giallo e il verde vivono memoria, spiritualità e speranza. Dietro la ganja esiste una pratica rituale che non può essere confusa con una semplice abitudine ricreativa.

Conoscere il rastafarianesimo significa andare oltre ciò che una pianta mostra in superficie e scoprire le persone, le credenze e le tradizioni cresciute intorno a essa. È lo stesso viaggio che attraversa molte storie della cannabis, come quella della Purple Haze e delle sue origini.

Perché la cannabis non ha attraversato soltanto confini geografici, ha attraversato templi, comunità, lotte e generazioni. È stata medicina, materia, simbolo e sacramento. E ogni volta che una cultura le ha affidato un significato, quella foglia ha cominciato a raccontare una storia diversa.

Quella di Rastafari parla di libertà, identità e connessione.

E ci ricorda che osservare un simbolo non basta, bisogna avere il rispetto di domandarsi che cosa custodisce.

Domande frequenti sul rastafarianesimo

In cosa credono i rastafariani?

I rastafariani credono in Jah, nella dignità e nell’unità degli esseri umani, nel legame spirituale con l’Africa e nella necessità di liberarsi dalle forme di oppressione rappresentate da Babylon. Haile Selassie I occupa un ruolo centrale, anche se la sua natura viene interpretata diversamente dalle varie comunità rasta.

Perché i rasta considerano sacra la ganja?

Per molti rastafariani, la ganja è un’erba sacra utilizzata in contesti rituali per favorire meditazione, introspezione, preghiera e confronto comunitario. Il suo significato è spirituale e non coincide con il semplice consumo ricreativo. Non tutti i rasta, inoltre, scelgono di utilizzarla.

Il rastafarianesimo è una religione o uno stile di vita?

Può essere considerato una religione, un movimento spirituale, una cultura e uno stile di vita. Non possiede una dottrina unica o un’autorità centrale, quindi viene vissuto in modi differenti dalle diverse comunità e dai singoli fedeli.

Che legame c’è tra cultura rasta e musica reggae?

Il reggae ha diffuso nel mondo molti temi legati a Rastafari, come la resistenza contro l’oppressione, il panafricanismo, la spiritualità e la ricerca di libertà. Bob Marley ne fu il principale ambasciatore internazionale, ma reggae e rastafarianesimo non sono la stessa cosa: non tutti i musicisti reggae sono rasta e la cultura rasta esiste indipendentemente dalla musica.

Cosa significano i colori rasta?

Il rosso ricorda il sangue versato nella lotta contro l’oppressione; il giallo, o oro, rappresenta luce, ricchezza spirituale e regalità; il verde richiama la terra africana, la natura e la speranza. Può comparire anche il nero, simbolo del popolo africano e della sua identità.

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AUTORE

Mario Pentelli

Mario Pentelli è Content Editor di Weedzard e si occupa della redazione, revisione e aggiornamento dei contenuti dedicati alla canapa industriale e ai prodotti a base di CBD. Opera nel digital marketing da oltre 15 anni e collabora con Weedzard dal 2020, contribuendo alla realizzazione di guide, approfondimenti e contenuti informativi rivolti ai consumatori interessati al mondo della cannabis light. Le sue principali aree di competenza comprendono: CBD e cannabinoidi Cannabis light Hashish legale Canapa industriale Legislazione italiana sulla canapa Normativa europea Coltivazione della canapa Educazione del consumatore I contenuti firmati da Mario Pentelli vengono verificati e aggiornati periodicamente per garantire accuratezza, chiarezza e conformità alle normative vigenti. Le informazioni pubblicate hanno finalità esclusivamente informative e non costituiscono consulenza medica o legale.
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